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Prime Esperienze

La vicina di casa


di Sleepy699
15.11.2025    |    6.140    |    5 9.8
"Lo sentirai anche stanotte, nel letto, da solo, con il mio odore ancora sulle dita..."
Mara. Quarantaquattro anni. Alta, pelle ambrata dal sole, lunghi capelli castani spesso raccolti in uno chignon disordinato. Viveva nell’appartamento accanto con il marito, un uomo riservato che si vedeva di rado, sempre fuori per lavoro, spesso via per settimane. Dalla finestra della cucina Andrea godeva di una buona vista sul terrazzo della vicina, e l’aspettava.
E poi la vedeva.
Sul balcone del suo appartamento, una sdraio reclinata, un telo steso con cura, un piccolo tavolino su cui poggiava un calice di vino bianco. Indossava occhiali da sole e un bikini nero, essenziale, elegante, che sembrava più disegnato addosso che indossato. Nulla di esagerato. Solo curve vere, sinuose, pelle liscia, ambrata, e una padronanza assoluta di sé.
I capelli raccolti in modo disordinato, lasciavano il collo scoperto. Ma gli occhi di Andrea non riuscivano a stare sul volto per più di qualche secondo.
Scivolavano sempre più in basso.
Sui piedi.
Erano nudi, splendenti di olio abbronzante. Le dita leggermente aperte, le unghie smaltate di un rosso scuro che sembrava quasi brillare sotto la luce diretta. Il piede sinistro riposava sopra la caviglia destra, mostrando la pianta con una naturalezza che per lui era già erotismo puro. L’arco profondo, la pelle liscia, i movimenti lenti e distratti — ogni cosa lo colpiva come una carezza sul basso ventre.
Ogni tanto Mara prendeva un sorso di vino, poi si passava la mano sull’addome piatto, o si sistemava l’elastico sottile del reggiseno con gesti lenti, sfiorandosi come se fosse sola. E forse si sentiva davvero sola. O forse no.
Un giorno, con un movimento lento, fluido, Mara si sollevò. Si sedette con una gamba piegata a sé, e l’altra distesa. Poi, senza fretta, portò il piede destro verso di sé. Lo prese tra le mani. E cominciò a massaggiarselo lentamente, le dita che premevano sulla pianta, poi sull’arco, poi sulla caviglia.
Andrea sentì un brivido scendergli lungo la schiena. Era ipnotizzato.
Poi accadde.
Mara piegò leggermente la testa di lato, portò il piede più vicino al viso…
e lo baciò.
Un gesto lento. Semplice. Devastante.
Passò le labbra sul dorso del piede, sulle dita. Leccò piano l’alluce, con un tocco che non aveva nulla di forzato. Era naturale, femminile, sicura. La lingua scivolava sulla pelle lucida, lasciando una scia che brillava alla luce.
Poi Mara abbassò gli occhiali da sole e guardò dritto verso la sua finestra. Lo sguardo era lento, calmo, tagliente. Non lo sorprese. Non lo rimproverò. Non lo ignorò.
Fece solo una cosa. Sollevò il piede che aveva appena baciato verso l’alto. E lo lasciò lì, sospeso per pochi secondi. Offerto.
Poi si rimise gli occhiali da sole, continuando a prendere il sole, come se non avesse fatto nulla.
Andrea rimase immobile. La mano ancora sul vetro della finestra. Il fiato sospeso.
I suoi piedi erano un invito aperto alla contemplazione: dita affusolate, smalto rosso scuro impeccabile, arcata plantare perfetta. Ogni linea era disegnata con armonia: il collo del piede allungato, affusolato, elegante, con una curvatura leggera che lo faceva sembrare fatto per essere accarezzato e baciato. Le caviglie erano sottili, scolpite, adornate a volte da cavigliere sottili.
Un giorno Andrea si fece coraggio. Bussò, col cuore che martellava nel petto, pronto a nascondersi dietro una scusa. E ne aveva trovata una.
Mara aprì la porta con un sorriso vago, un vestito di lino chiaro e le spalle scoperte. E dei sandali con tacco basso ai piedi.
«Andrea… che sorpresa. Tutto bene?»
«Sì, ehm… Ciao, scusa se disturbo. Avrei una richiesta un po’ insolita, ma… spero non ti sembri troppo strana.»
Mara lo osservò con un sopracciglio appena sollevato. «Ora sono curiosa.»
«Sto cercando un regalo per la mia ragazza. Dei sandali. E… beh, ne capisco poco, però ho notato che i tuoi sono sempre molto belli. Pensavo… se potessi vederli da vicino. Magari scattare una foto, per orientarmi.»
Un attimo di silenzio. Poi, il sorriso di Mara si fece quasi ironico.
«Vuoi fotografarmi i piedi?»
Andrea deglutì, come un bambino colto con le mani nel barattolo dei biscotti.
«Solo… per avere un’idea del modello. Davvero.»
Mara si voltò appena, lanciando uno sguardo distratto verso l’interno dell’appartamento.
Poi aprì un po’ di più la porta. «Allora entra, così guardi da vicino.»
Andrea non se lo fece ripetere. Entrò in punta di piedi, come se avesse varcato un confine proibito.
Mara si sedette sul divano, accavallando le gambe con lentezza. La luce del tramonto le accarezzava la pelle liscia, mentre un piede restava sospeso a pochi centimetri da lui.
«Ecco, accomodati pure. Guarda da vicino. Fai tutte le foto che vuoi.»
Andrea si inginocchiò accanto a lei. Il telefono in mano, sì, ma lo sguardo fisso su quei piedi perfetti. Il profumo di lei lo inebriava: una mescolanza di vaniglia, cocco e qualcosa di più caldo, più intimo.
«Ti piacciono davvero? Ne ho di più eleganti, questi li indosso a casa» chiese Mara, senza muovere il piede.
Andrea annuì, quasi senza fiato. «Sono bellissimi. Tu sei… bellissima.»
Lei sorrise, senza compiacimento.
«E tua ragazza… esiste davvero?» domandò, inclinando appena la testa.
Andrea si bloccò. Silenzio.
«No.» rispose infine.
Mara lo osservò per lunghi secondi, poi appoggiò lentamente un piede sulla sua coscia, con una leggerezza quasi teatrale.
«Lo avevo immaginato.»
Andrea restò immobile, il respiro incatenato. Il piede di lei si mosse piano, sfiorandolo, accarezzandogli l’erezione sotto i jeans.
«E se il regalo… fosse per te?»
Andrea restò immobile, il respiro incatenato. Il tocco leggero di quelle dita laccate lo faceva impazzire, e lui non riusciva a staccare lo sguardo.
Mara ritirò lentamente il piede, solo per togliersi il sandalo con un gesto lento e preciso. Lasciò che scivolasse a terra, poi fece lo stesso con l’altro. I suoi piedi nudi tornarono a poggiarsi sulle sue cosce, stavolta con più decisione.
«Hai mai baciato i piedi di una donna, di una vera donna?» domandò, inclinando la testa, con un’espressione che non era più ironia, ma puro controllo.
Andrea deglutì.
«Bene.» disse lei. «Allora inizia da qui.»
Lui si chinò, esitante. Le sue labbra sfiorarono l’alluce, morbido, perfettamente curato. Mara non si mosse. Il piede restò fermo, offerto come un dono. Andrea baciò ancora, prima le dita, poi il collo del piede, salendo lentamente fino alla caviglia. Ogni centimetro era un territorio nuovo, sconosciuto, sacro.
«Bravissimo.» mormorò lei, mentre con l’altro piede gli sfiorava l’interno della coscia. Il jeans era ormai una barriera inutile.
«Toglili.» ordinò Mara.
Andrea obbedì. Si slacciò i jeans con le mani tremanti e li fece scivolare fino ai piedi, rimanendo in boxer. Il suo desiderio era evidente, teso, quasi doloroso.
Mara si alzò lentamente, senza fretta. Fece scivolare il vestito di lino a terra come se si liberasse di una seconda pelle.
Rimase in slip e reggiseno. Si avvicinò verso di lui, sedendosi sulle sue gambe nude.
«Sai cosa mi piace?» sussurrò, sfiorandogli il viso con le dita. «Che sei nervoso. Che non sai cosa aspettarti. Ma vuoi tutto.»
Andrea ansimava, lo sguardo fisso sulle labbra di lei.
Mara si chinò lentamente, fino a sfiorargli l’orecchio con la bocca. «Oggi sei il regalo. Non dimenticarlo.»
Poi lo baciò.
Andrea rispose, incerto ma ardente, affondando le mani nei suoi fianchi, come se temesse che potesse svanire da un momento all’altro.
Mara si staccò appena, solo per guardarlo. «Ti va di andare oltre?»
Lui annuì. Non servivano più parole.
Lei sorrise. «Allora seguimi. E non farti pregare.»
Mara abbasso’ lentamente gli slip di due o tre centimetri, quanto basta per far apparire il primo accenno di peluria, senza staccarle gli occhi di dosso, come una spogliarellista consumata.
“Vuoi che vada avanti?”.
“Siiii, certo che si!”.
“Vuoi vederla?”
“Sì, la voglio vedere…”
“Cosa vuoi vedere…? dillo!”
“Voglio… voglio vederti tutta nuda… ti prego!”
“No! devi dirlo… voglio sentirtelo dire!”
“Fammi vedere la figa, Mara… la tua figa!”.
Mara, lentamente, si sfilo’ gli slip, scoprendo la vulva turgida, con le labbra semi aperte, ben depilata ai lati e sovrastata da un ciuffetto di peli. Sollevo’ una gamba offrendo una visione completa; le labbra si schiusero ulteriormente come un fiore carnoso.
“Ora tocca a te…”.
La risposta di Andrea non si fece attendere.
Comincio’ a baciarle il monte di venere per poi passare più giù, fino a sfiorarle il clitoride con la lingua. Lei era morbida, calda e bagnata. Lei si lascio’ sfuggire un primo gemito, poi un altro, iniziando poi a gemere regolarmente.
“Fammi godere, ragazzino”
Andrea continuava muovendo la lingua alla ricerca del sapore più intimo di quella donna che lo aveva scelto per giocare.
L’esplorazione si trasformò in una leccata continua ed incessante. Mara, distesa a gambe larghe, godeva e mugolava mentre spingeva la testa di Andrea sulla sua fica e con l'altra mano si stuzzicava i capezzoli duri.
La lingua di Andrea affondò fra le labbra vogliose e calde della fica di Mara. L’eccitazione di Mara cresceva stimolata dalle labbra e dalla lingua del ragazzo che da zelante schiavo d’amore non le dava tregua.
“Continua tesoro, ti prego…”.
Il suo sapore dava ad Andrea un piacere tanto sconosciuto quanto sconvolgente mentre la leccava facendole sentire la lingua su tutta la fica, così intensamente odorosa di sesso e di ormoni che lo stordivano.
Il corpo di Mara inizio’ a tremare quando sentì due dita di Andrea dilatare il suo ano per farsi strada nel culo mentre con la bocca si lavorava il suo clitoride turgido, succhiandolo e mordicchiandolo senza tregua. Mara continuava a direzionare la bocca di Andrea sul suo sesso tenendomi per la nuca, sussurrando delle porcate!
Arrivano onde di piacere a scuoterla tutta, a strozzarle la voce in gola. Era un orgasmo che sembrava non finire mai, il suo. Andrea sentiva gli spasmi della vagina con le dita. Non aveva mai fatto venire una vera donna, solo melense ragazzine senza personalità.
Mara si stiracchiò sul letto, lentamente, languida, come una leonessa sazia. Poi raddrizzò appena la testa, lo guardò dall’alto in basso, e incrociò le caviglie una sull’altra, poggiandole di nuovo su di lui.
«Tu hai avuto me, Andrea. Hai avuto la mia pelle, i miei piedi. Hai sentito il mio piacere esplodere nella tua bocca. E sai cosa mi eccita di più, adesso?»
Andrea restò in silenzio, gli occhi fissi nei suoi.
«Sapere che tu… non puoi ancora averlo. Che sei lì e che stai aspettando una mia parola per poterti liberare.»
Andrea serrò la mascella, mentre le sue mani stringevano appena le sue caviglie. «Perché?»
Mara si sedette piano, lentamente, facendo scivolare i piedi dalle sue gambe al pavimento. Poi si avvicinò con il volto, fino a pochi centimetri dal suo.
«Perché ora sei completamente mio. Non ti ho solo eccitato. Ti ho lasciato lì, esattamente dove volevo. E questa attesa ti brucerà dentro più di qualsiasi orgasmo. Lo sentirai anche stanotte, nel letto, da solo, con il mio odore ancora sulle dita.»
Andrea abbassò lo sguardo, serrando le mani.
«Mara…»
Lei gli prese il mento tra le dita e glielo sollevò con fermezza. «Ssshhh. Non supplicare, rovineresti tutto.»
Un silenzio lungo.
Poi aggiunse, sussurrando:
«Se vuoi venire, fallo quando sei solo. Ma fallo pensando ai miei piedi. Solo a quelli.»
Andrea deglutì, con lo stomaco che si stringeva e il corpo che vibrava.
«Capito?»
«…Sì.»
Mara sorrise, si alzò dal letto e si sistemò la veste lentamente, elegantemente.
«Bravo. Ora vestiti ed esci. E domani… fingi che tra noi non sia successo niente.»
Fece una pausa. Poi si avvicinò, e gli sussurrò un’ultima frase all’orecchio:
«A meno che io non decida di farlo succedere di nuovo.»
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